Lettera di una persona ansiosa

Sono abituata a sentirmi ripetere innumerevoli volte di stare calma, di non preoccuparmi troppo, di vivere tranquillamente. Facile a dirsi, ma la pratica è ben altro.

Essere ansiosi è un modo di essere che chi non possiede ha difficoltà a capire fino in fondo. Quante persone non fanno altro che ripeterci quanto siamo esagerati. E quante volte ci siamo sentiti giudicati, strani, diversi, inadeguati, tristi. Molti non capiscono quanto non sia facile conviverci né tanto meno divertente.

L’ansia è un’oppressione fisica che senti sul petto, sullo stomaco, sulla testa…sul cuore. Da quando ci si sveglia la mattina, inizia la routine; ansia attorno a te, ansia ogni dove. L’ansia per tutte le cose che ci sono da fare: studio, lavoro, commissioni varie, la lavatrice, la spesa, le pulizie. L’ansia riguardante i rapporti sociali, come non deludere un caro amico, fare sempre la cosa giusta anche se significa mettersi da parte, cercare di non creare fraintendimenti che potrebbero portare a complicazioni non richieste, del giudizio altrui, delle critiche, delle aspettative che sono da sempre state riposte in te. Poi accendi la TV e sui notiziari vedi come il governo vada in rovina ogni giorno di più, crisi finanziaria, omicidi, stupri, guerre, epidemie, e, ormai quasi all’ordine del giorno in questi ultimi anni, attentati terroristici.

Forse è proprio da lì che per me è iniziato tutto. Da quel famoso 11 settembre 2001.

Non sono mai stata una bambina serena, anche da piccola ero abbastanza ansiosa. Però, se c’è una cosa che ricordo con chiarezza, era la mia passione per l’aereo. Adoravo volare. Quell’eccitazione che aumentava con la spinta propulsiva data dai motori per poi librarsi in aria e volare via. Anche le turbolenze e i vuoti d’aria mi divertivano. Era come essere su una giostra… Ma poi quel giorno di settembre arrivò. I mass media non facevano altro che parlarne e, pian piano dentro di me, iniziò a instillarsi una latente scintilla di paura. Al tempo non sapevo ancora in cosa poi sarebbe effettivamente scaturita. Da quel momento in poi volare per me è diventato un incubo. Anche il solo sentire il rombo di un aereo passare in cielo mi ha provocato puntualmente crisi di panico per qualche tempo. Per fortuna almeno quella paura è passata, ma il terrore di salire su quell’oggetto sospeso in aria dal quale non c’è via d’uscita va aumentando e peggiorando di volta in volta. Tutti mi dicono che con tutti gli aerei che prendo dovrei ormai essermi abituata, che dovrei semplicemente razionalizzare quanto sia in verità il mezzo più sicuro e il gioco è fatto. Facilissimo! Come bere un bicchiere d’acqua, giusto? Ho cercato in tutti i modi di razionalizzare la paura, di eliminarla e poi ho anche provato ad accettarla e farla mia. Niente. Il terrore è sempre lì. La lenta agonia inizia già dalla sera prima del fatidico volo protraendosi fino al momento in cui tocco finalmente terra, costantemente sorpresa di essere inspiegabilmente ancora viva. Il dettaglio divertente è che sono una fuori sede da qualche tempo ormai, quindi da anni devo necessariamente prendere l’aereo. Ma come si fa a cercare di non pensare a tutto ciò che potrebbe accadere? Specialmente dopo tutto ciò che si sente in televisione. Che cosa scatta nella mente della persona ansiosa? Ecco cosa scatta: dall’esatto momento in cui metti piede in aereo preghi che i motori siano ben funzionanti, che non ci sia nessuna depressurizzazione della cabina, che uno stormo di uccelli non ti arrivi contro al momento del decollo, che non ci siano errori umani, che nessun caccia ti abbatta, che il pilota non si voglia suicidare scagliandosi contro le montagne, che il carrello si apra in tempo per l’atterraggio, che non ci sia nessun terrorista a bordo. Insomma, una vera fatica.

Ma non c’è solo l’aereo sulla lista. La macchina mi terrorizza altrettanto. Ormai mi rifiuto di guidare e non mi fido di nessuno alla guida. A volte penso che quest’ultimo, chiunque egli sia, mi possa lanciare in corsa dalla macchina al mio ennesimo gridolino dopo un sorpasso neanche troppo azzardato. Poi c’è la paura di saltare in aria ogni volta che sali in metropolitana e vedi qualcuno di sospetto, che qualcuno ti spari in un supermercato o in una chiesa, o che un camion ti travolga mentre stai passeggiando tranquillamente per i mercatini di Natale.

E non dimentichiamo un piccolo sebbene cruciale dettaglio: l’essere donna. Sono fiera e orgogliosa di esserlo, ma allo stesso tempo frustrata per la fragilità che porto con me; camminare per strada e sentire occhi indiscreti fissarmi in modo poco piacevole, i fischi, gli apprezzamenti spesso e volentieri offensivi più che lusinghieri, la paura di essere seguita, di non essere in grado di difendermi, di sentirmi sempre più fragile. La consapevolezza di una certa dipendenza dagli altri quando si tratta di tornare a casa la sera non mi piace. Non mi fa sentire del tutto libera. Ma, in fondo, di che cosa mi lamento quando ci sono persone nel mondo che non hanno neanche l’opportunità di conoscere quale sia il mero concetto di libertà? Ed è qui che inizia un nuovo filone di pensieri e ansie. Allora inizio a innervosirmi con me stessa. Tuttavia, più mi innervosisco e più l’ansia aumenta. Che novità!

Poi è arrivato il momento in cui ho visto persone a me care ammalarsi e morire. E questo tema ha iniziato a farsi sempre più pressante.

La paura della morte, del nulla. L’oblio.

Il trovarmi completamente impreparata e impaurita di fronte a un problema che non avevo mai davvero considerato fino a quel momento, mi ha portato a scappare da tali situazioni. Solo quando la malattia si è poi trasformata in morte, ho realizzato il mio errore. Sono stata debole, codarda. E da lì ho iniziato a indagare in profondità sul perché del mio essere così come sono. La fonte è la mia sensibilità, la mia spiccata emotività che, nel bene e nel male, mi ha sempre contraddistinto.

In poche parole dunque, sembra non esserci soluzione per lenire quest’ansia.

Qui non si parla di soluzioni. Non è un interruttore che spegne tutto. É un qualcosa di molto più complesso, molto più radicato in noi di quanto possa sembrare. Io e la mia emotività abbiamo avuto parecchi problemi di convivenza, in vista delle interrogazioni, dei confronti, delle varie insicurezze.

Forse, in fondo, il segreto sta proprio lì. Sta nell’accettare quella parte di noi completamente. Riconoscere che ciò che ci rende un po’ speciali risiede in quella parte di noi. Questo piccolo passo aiuta, ma, come ho già detto, non c’è una soluzione.

Quando sento l’ansia iniziare a emergere, faccio un respiro profondo, chiudo gli occhi e penso alle cose belle che la vita mi ha regalato, all’amore che mi circonda, a tutte le persone a me più care. Oppure decido di mettere gli auricolari e di farmi inebriare dalla musica che, dolce nelle mie orecchie, mi fa dimenticare l’ossessione di non avere il controllo su tutto ciò che mi circonda. Sebbene siamo noi i fautori del nostro destino, c’è una componente fatalista che non possiamo ignorare. So che il non poter controllare tutto spaventa, ma, se accettato, è la chiave per essere meno ansiosi, per preoccuparsi in modo equilibrato del futuro e, soprattutto, per ridere, sperare e vivere più intensamente.

Quando meno te lo aspetti, la vita cambia radicalmente ciò che sei. Tutte quelle certezze, tutti quei valori su cui hai sempre basato ogni tua azione e il tuo modo di essere si rivelano del tutto opinabili. Nel giro di poco tempo, quelli che sono stati dei pilastri fino a quel momento crollano irrimediabilmente. Si dissolvono sotto i tuoi occhi, cadendo pezzo dopo pezzo, e tu assisti a questa distruzione, impotente. Tuttavia ti accorgi che, nonostante la refrattarietà e resistenza che hai sempre dimostrato di avere nei confronti del cambiamento, stai ormai iniziando a essere più malleabile, più aperta. Un’apertura sempre maggiore che, paradossalmente, rende ancora più difficile il processo di creazione di punti fermi a cui far riferimento. Questo accade perché ti rendi conto che ci sono troppe variabili. Allora la domanda sorge spontanea: “A cosa mi aggrappo? A cosa faccio riferimento?”. Anche se non avresti mai pensato di dirlo, ti accorgi di aver ormai compreso che l’unico punto fermo sei tu. L’unica certezza che hai sei tu. Il tuo mito sei tu. La tua salvezza sei tu. Sei tu la tua ispirazione più grande. Avverti in te un distacco verso determinate cose che non hai mai avuto prima… e questo ti spaventa. Anche qui, però, si deve accettare poiché è inevitabile. È una transizione obbligatoria. Non si può vivere per sempre in un mondo fatato o dentro una campana di vetro che dir si voglia. La realtà è lì. Davanti a te. Non puoi sfuggirgli. Allora un bel giorno apri finalmente gli occhi e la vedi. La trovi amara, crudele, cinica questa realtà. Ma è così. L’unica cosa da fare è accettarla e fronteggiarla. Consiste proprio in questo la tua più grande forza. La affronti con il tuo essere, modellandoti a essa, ma senza mai perdere quella luce dentro di te che ti rende speciale. La paura dovuta a questo senso di inaridimento che senti dentro è normale. Bisogna solo ricordare che puoi sempre trovare la via di ritorno verso te stessa. Basta volerlo. È molto più semplice di quanto si creda. E tutto ciò che è stato acquista un senso. Ha creato ciò che sei, nel bene e nel male. Ogni singola esperienza ti ha fatto crescere e maturare. Quella sei tu, e nessun altro. Niente e nessuno te lo porterà mai via. Adesso sei pronta a esplodere come un vulcano e a poter dire “Ce l’ho fatta e ce la farò sempre”. Non c’è consapevolezza migliore di questa.

E proprio quando sembra impossibile… ecco che riprende a battere…

Copertina

Sinossi

Nadia è una ragazza italiana di diciannove anni, la quale, terminate le scuole superiori, decide di lasciare tutto e proseguire i propri studi in America. Già prima di partire, la sua storia d’amore più importante era giunta al termine, lasciando la protagonista a dover ricomporre i pezzi del suo cuore andato in frantumi. Tuttavia, nonostante l’incredibile fragilità, emotività e grande sensibilità che da sempre contraddistinguono Nadia, questa riuscirà a trovare la forza di amare di nuovo grazie all’incontro con un ragazzo, Joshua, che le farà capire l’importanza di ricominciare ad amare e di non avere più paura di agire per paura di soffrire. Perché quando si segue la voce del proprio cuore, varrà sempre la pena vivere ogni singolo momento di quella scelta.

Per acquistare il libro o semplicemente per saperne di più basta semplicemente registrarsi sul sito ilmiolibro.it. Spero vi piaccia, amici lettori!

Le cicatrici del cuore

Quando da piccola mi veniva chiesto cosa volessi diventare da grande, subito rispondevo risoluta: “Voglio diventare una scrittrice.” Non so come sin dall’infanzia, ancor prima di imparare a leggere o a scrivere, l’amore per i libri fosse già sbocciato dentro di me. Man mano che crescevo, il desiderio di scrivere e buttare giù tutte le mie idee su un pezzo di carta non si affievoliva, anzi, continuava ad aumentare a dismisura.

Una mattina di Febbraio di quattro anni fa, mi svegliai con un’idea in testa, o meglio, con un’idea nel cuore: scrivere una storia che parlasse di sentimenti, di gioie e dolori, ma soprattutto d’amore. Così è nato il mio primo romanzo “Le cicatrici del cuore”.

Ecco per voi l’introduzione. Buona lettura!

  Introduzione

I sentimenti non sono un qualcosa che si può controllare, né un qualcosa che si può cambiare. Nonostante tutto ciò che facciamo in questa direzione, nonostante tutti gli sforzi che possiamo compiere per opporci ad essi, è impossibile sfuggirgli.

Sicuramente starete pensando che sono le solite frasi fatte e che, ovviamente, non sono la prima né l’ultima ad aver provato determinate emozioni e sensazioni. Tuttavia, ogni persona vive le proprie esperienze in modo soggettivo e particolare.

Beh, a dire il vero, fino a poco tempo fa io non sapevo nulla al riguardo…

Sin da quando ero piccola, ho sempre considerato l’amore come lo si vede nelle fiabe, nei libri o nei film: un amore appassionante, di una dolcezza a volte quasi diabetica, che sopravvive a qualsiasi difficoltà, pronto a qualsiasi peripezia, sacrificio o rinuncia, melodrammatico, magico, vitale come l’acqua e l’ossigeno… insomma: perfetto. Tuttavia non è proprio così… anzi, non lo è assolutamente!

Senza dubbio l’amore è quel sentimento che riempie la vita, il pensiero che ogni mattina ti accompagna quando ti svegli e che resta con te finché non ti addormenti la sera, la consapevolezza di avere un punto fermo al quale poter sempre fare riferimento, il sapere di essere ciò che esiste di più importante per quella persona… ma può anche essere il sentimento più devastante e incomprensibile che si possa provare.

Io so cosa vuol dire soffrire per amore. So cosa vuol dire dare tutta se stessa a una persona, sacrificarsi per essa. So cosa vuol dire passare notti intere a piangere senza chiudere occhio e rendersi conto di come, nonostante tutto quello che accadeva, tutto quello che stavo passando, e nonostante quanto stessi male, il mio amore non si spegneva. Non pensavo si potesse riuscire a provare niente di simile per una persona… davvero, non lo immaginavo…

Ma adesso non divaghiamo. Partiamo dal principio…

Le bellezze e le sorprese della necropoli di Pantalica

Non lontano da Siracusa, sui monti Iblei, situata tra Sortino e Ferla vicino a delle cave a cielo aperto, troviamo la suggestiva necropoli rupestre di Pantalica, combinazione di rilevanza ambientale e valore archeologico. La necropoli di Pantalica conta circa 5000 tombe a grotticella artificiali scavate lungo le pareti rocciose, talvolta inaccessibili. Alcune tombe sono state riutilizzate in epoca bizantina e trasformate in eremi monastici o in chiese. Oggi noi vediamo la maggior parte delle grotte di Pantalica ubicate a strati sulle pareti calcaree a strapiombo; queste pareti sono formate da spessi banconi stratificati di calcareniti dure e grigiastre, talora fossilifere, con macrofaune a lamellibranchi, gasteropodi, echinidi, briozoi, alghe e coralli. I prodotti eruttivi presenti in deboli livelli a Pantalica dimostrano che si è avuta negli Iblei una varia attività vulcanica che dal Mesozoico arriva fino al Pliocene ed agli inizi del Quaternario.La successiva migrazione dei centri effusivi verso Nord e Ovest diede in seguito inizio, nel Pleistocene medio- circa 500.000 mila anni fa -, alle vulcaniti sottomarine nel paleo-golfo (ora piana di Catania) su cui poi è sorto l’enorme vulcano Etna. Al fiume Anapo (fiume di Pantalica), per poter erodere le rocce calcaree e formare le caratteristiche cave, sono occorsi centinaia di migliaia di anni. Infatti oggi noi vediamo diversi strati di grotte, cioè grotte scavate su piani diversi delle pareti calcaree a strapiombo. Le grotte sono state scavate da diverse generazioni di ominidi, forse dai primi uomini di Neanderthal e sicuramente dai Sapiens Sapiens del Paleolitico e del Neolitico. L’opera è stata ‘completata’ in epoca protostorica dalla gente della civiltà di Pantalica che le ha riutilizzate come tombe.

Abbiamo accennato al fiume che scorre attraverso la necropoli. Scopriamo qualcosa in più.L’Anapo (in greco ‘invisibile’) nasce nel territorio di Palazzolo Acreide, dalle sorgenti di Guffari sul Monte Lauro. Dopo circa 40 km, attraverso le gole di Pantalica e tutta la suggestiva vallata da cui il fiume prende il nome, scende verso Siracusa attraverso il Pantano Grande ora prosciugato, e si riversa nelle acque del Porto Grande di Siracusa a fianco del Ciane, piccolo e breve fiume conosciuto in tutto il mondo per il papiro che cresce spontaneamente lungo le sue sponde. L’alta Valle dell’Anapo è legata all’emersione della parte centrale degli Iblei per intensi e successivi movimenti verticali, dal Miocene superiore al Pleistocene. Il fiume, con i suoi affluenti montani, impostò il reticolo idrografico guidato dalle faglie. Il continuo ringiovanimento sottopose a intensa erosione la valle che divenne stretta e incassata (con il contributo d’intense precipitazioni) per climi molto diversi da quelli attuali, in special modo provocati dal susseguirsi delle glaciazioni Quaternarie. Rilevanti sono le perdite d’acqua essendo le rocce permeabili per fessurazione.Il fiume Anapo può considerarsi a carattere permanente, poiché non si estingue per tutto il periodo dell’anno, anche se si tratta di un corso d’acqua a regime torrentizio (notevole è infatti la differenza di portata tra la stagione estiva e quella invernale).Si ritiene che il plateau ibleo faccia parte della placca africana e quindi di un’area stabile che, poco deformata durante l’orogenesi alpina, è stata poi successivamente sollevata assumendo l’aspetto di una struttura allungata da Nord-Est a Sud-Ovest, contornata e attraversata da numerose faglie e fratture. I monti Iblei costituiscono una barriera che favorisce le precipitazioni meteoriche che, in media, sono più abbondanti nel tardo autunno e durante l’inverno, mentre sono scarse o assenti in estate. L’Anapo ha prodotto, nel corso di milioni di anni, sia un’azione solvente sulle rocce calcaree sia un’erosione meccanica limitata però ai periodi di piena: tutto ciò ha contribuito al formarsi di caratteristici e profondi canyon sulle cui pareti sono state scavate, in successivi periodi, grotte riutilizzate e ampliate di numero come tombe.

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